Laboratorio Urbano: proposte per la Città digitale

cittadigitale

Documento a cura di Sergio Bonora e Marzia Vaccari, con la collaborazione di Gian Paolo Artioli, Annaflavia Bianchi, Gaspare Caliri, Michele D’Alena, Massimiliano Geraci, Leda Guidi, Gino Rubini, Laura Sartori, Dimitri Tartari, Marco Trotta e Roberto Zarro


Presentazione, 29 aprile 2011
Il documento

4 Comments

  1. mauro felicori says:

    Ieri ho partecipato alla presentazione del documento finale sulla città digitale, molto interessante, e voglio contribuire con un mio commento, pronto ad essere corretto perchè non ho molta confidenza con la materia generale.
    Innanzitutto ne ho ricavato la sensazione di una città, Bologna, che avrebbe intelligenze, risorse, competenze ma è in ritardo come città digitale: in nessuna delle linee guida per il futuro Bologna ha un primato. E’ così? Perchè?
    Poi ho trovato punti in comune con la nostra riflessione sulle politiche culturali. Prima di tutto, l’importanza che potrebbe avere la sussidiarietà. Tutti si chiedono: chi finanzierà le reti NGAN di nuova generazione? Le multinazionali della telefonia? dei contenuti? Google? Facebook? lo stato? le regioni? O, come è più probabile: nessuno? Ecco, nel testo presentato c’è la risposta, è l’esempio di Nuenen, Paesi Bassi, dove i cittadini se la sono pagata, con un aiuto dello stato, creando una cooperativa. Io penso: perchè nell’orizzonte nostro ormai ci sono solo lo stato e l’impresa privata? Perchè abbiamo smarrito ogni sogno di autogestione? Di recente a Bologna sono state messe all’asta alcune caserme. Chi le comprerà? ci siamo chiesti, e tutti ad aspettare le grandi real estate. E le coop di abitazione? Credo che in tutti i campi sottovalutiamo l’enorme possibilità di sviluppo che avrebbe la cooperazione fra consumatori, fra cittadini, dopo che l’idea delle “privatizzazioni” ha perso credibilità senza che riguadagnasse la speranza in un pubblica amministrazione efficiente. Sogni? Forse. In ogni caso, se si vuole essere concreti, allora la risposta è pronta. Tocca alle multiutilities, alle tante Hera, investire sul futuro tecnologico oltre che guadagnare con il gas.
    Poi: perchè nessuno risponde a Petazzoni quando propone di fare passare la fibra ottica per le fognature?
    Poi: perchè non abbiamo parlato di Lepida, che mi pare apra possibilità importnati ma anche richieda un salto?
    Per ultimo: ritengo che fra le ragioni del ritardo di Bologna nel digitale ci sia l’incomprensibile incomprensione delle classi istruite della città verso l’uso delle nuove tecnologie per ripensare partecipazione, socialità, vita democratica. Tanti parlano di partecipazione, ma, per fare un esempio, non si “sporcano le mani” con quell’agorà che è Facebook. Alcuni l’hanno chiamato elitismo. Si potrebbe anche dire che piace solo la partecipazione di cui si ha il controllo. Non so.

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    • Sergio Bonora says:

      Personalmente è sempre un piacere leggere il punto di vista di chi dichiara di non avere “molta confidenza con la materia generale”, perché è più fresco, perché porta a farsi domande che gli “addetti al settore” hanno smesso di farsi o forse non si sono mai fatti, magari nella convinzione (spesso errata) di avere in tasca la risposta. Sapere come funzionano le tecnologie non regala necessariamente introspezione su come potranno essere usate. Nel settore dell’ICT in particolare, si sprecano gli aneddoti sulle previsioni sbagliate, completamente sbagliate.
      Concordo pienamente con l’osservazione fatta: come in tanti altri ambiti, anche nel digitale, Bologna ha smesso di sognare e di insegnare, ha rinunciato a pensare e realizzare progetti innovativi.
      Nuenen è un esempio che mi è caro, una “bella” iniziativa, in cui l’aspetto tecnologico passa in secondo piano rispetto alla capacità di fare comunità e di organizzarsi. Ho avuto la fortuna di conoscere Kees Rovers, la persona che le ha dato vita, e di ammirarne la determinazione oltre che la competenza. La mia convinzione è che, senza di lui, non sarebbe successo. Forse è un modello maggiormente adatto a realtà di più piccole dimensioni, difficilmente replicabile a Bologna?
      Le multiutilities? Mi piacerebbe, si sperava che avessero un ruolo trainante nel progetto Lepida, per infrastrutturare il territorio a fianco della pubblica amministrazione, ma così non è stato. Forse anche perché scottate dai contraccolpi delle illusioni e delusioni della “new economy” a cavallo del cambio di secolo, le multiutilities in Italia non ci hanno creduto, con la sola eccezione di Metroweb, nata a Milano da una costola della multiservizi AEM.
      Sulle fognature non ho risposto perché mi pareva un tema molto specialistico. La questione della posa in condotte fognarie ha significativi risvolti tecnici ed economici, in quanto richiederebbe materiali particolari, personale dedicato, l’ambiente non è particolarmente favorevole, la manutenzione complessa, i costi di realizzazione e manutenzione sono piuttosto elevati. Più in generale, è però vero che l’utilizzo di infrastrutture esistenti riduce in modo significativo tempi e costi, oltre che i disagi alla cittadinanza. In modo più semplice ed economico si può ad esempio utilizzare la rete della pubblica illuminazione, soprattutto se di più recente realizzazione, in quanto caratterizzata da condotti di maggior diametro e quindi più facilmente in grado di ospitare un cavo a fibre ottiche. Lepida, per citare un esempio, ne ha fatto ampio uso. A differenza della rete Lepida (che interconnette un numero relativamente limitato di sedi della pubblica amministrazione – a Bologna circa 300), una NGAN deve poter raggiungere capillarmente ogni abitazione ed ogni impresa e pone quindi richieste molto superiori in termini di infrastrutture disponibili, in quanto deve “garantire” un “tubo” che arriva fino a ciascuna unità immobiliare.
      Qui si pone tuttavia un tema di governo della città. Non sono poche le amministrazioni comunali che non hanno il pieno controllo di tutte le leve decisionali, avendo affidato in esclusiva alle multiutilities l’utilizzo di determinate infrastrutture, o addirittura l’intera gestione del sottosuolo. Tema di certo non tecnico.
      Lepida è un notevole esempio delle capacità di “governare” l’infrastrutturazione di un territorio da parte di una pubblica amministrazione dotata di una visione e di uno scenario di prospettiva. Secondo il disegno originale, Lepida avrebbe dovuto rappresentare il fornitore di servizi per la pubblica amministrazione e le multiutilities, interessate ad infrastrutturare il territorio in quanto espressione degli interessi delle municipalità, il fornitore di servizi al mercato domestico e delle imprese. Nei fatti, Lepida è già una NGAN, che però non offre servizi a cittadini ed imprese, ma alla pubblica amministrazione.
      Grazie per il contributo, che mi ha dato l’occasione di chiarire alcuni punti.

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  2. enrico petazzoni says:

    Proprio non ci capiamo. La posa della fibra ottica nelle condotte del sottosuolo appartenenti al patrimonio del Comune, ed in primis nelle fogne, è tutt’altro che un tema specialistico. Si tratta infatti di decidere se si possa avere, quando si possa avere, fin dove si possa estendere e a chi appartenga la rete di telecomunicazioni che deve sostituire il presente doppino in rame, quello che arriva in ogni casa ed in ogni impresa. In altre parole un investimento enorme e fondamentale per lo sviluppo della città. Un investimento di cui oggi, 18 anni dopo Socrate, tanto si parla. Che la posa nelle fogne, e nelle altre condotte comunali che innervano interamente la città, sia fattibile, senza alcuna delle perplessità che attanagliano Sergio Bonora, non è più una congettura ma è ormai una semplice osservazione della realtà riportata dalla stampa e dai manuali; il punto dirimente però, che sfugge a Bonora, è che il costo dell’infrastruttura realizzata in questo modo è infinitamente più basso di quello tradizionale e conseguentemente diventa infinitamente più agevole decidere di procedere. Se il risparmio dipende dall’uso delle condotte comunali, il diritto di posa in esse, conferito dal Comune in una società costituita ad hoc, ha un enorme valore e consegna al Comune il ruolo di azionista di maggioranza, dunque anche di decisore: non dobbiamo aspettare i tempi che convengono a Telecom o seguire le prudenze di Hera, possiamo invece cominciare subito. Con quali compagni di viaggio, o meglio finanziatori? Tutti quelli che ci stanno ( e sono molti come si è visto per l’asta di Metroweb o al tavolo del Ministro Romani) e chi decidesse di non starci resterebbe poi a bocca asciutta:dunque ci starebbero tutti, Telecom e Hera compresi. Per fare quale rete? Quella passiva di sola fibra perchè questo è ciò che la legge ci consente, ma basta e avanza (in Lombardia si stanno organizzando, in Trentino lo fanno con Telecom). Per stenderla dove? Ovunque in città, perchè serve e perchè ce lo possiamo permettere, anzi perchè la ricerca del punto di breack even ci porta a coprirla pressochè interamente. Tutto quello che occorre è che il Comune decida di perseguire l’interesse generale e non quello della sua multiutility o di Telecom. Non ci sono contratti concessione che potrebbero impedirlo se la volontà politica per magia si formasse. All’estremo opposto c’è Lepida, l’esempio massimo di cecità autoreferenziale: la sua architettura che interconnette soltanto sedi pubbliche esclude permanentemente tutta la città che le circonda. E’ ora di voltare pagina.

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