Documento a cura di Luciano Vandelli e Walter Vitali, con la collaborazione di Francesca Bruni
Laboratorio Urbano: proposte per la Città metropolitana
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Non sono riuscito a seguire i seminari sulla Città metropolitana, né sono uno specialista dell’argomento, ma siccome ho deciso di prendere sul serio il lavoro del Laboratorio Urbano (che mette insieme approcci diversi), tento un commento al testo. Sono convinto che, per superare le tante resistenze alla proposta di Città metropolitana (che ha come necessaria conseguenza una amministrazione più efficiente e una minore invadenza della politica), occore una proposta più semplice di quelle che vedo in campo e perciò capace di mobilitare l’opinione pubblica. Dunque: un solo comune, che si chiama “Città metropolitana di Bologna”, che amministra tutto l’attuale territorio della provincia di Bologna (con o senza Imola, facciano loro), con un consiglio eletto con circoscrizioni in modo da rappresentare le grandi aree (potrebbero essere 8 o 9, butto lì: Reno, Savena, Bazzanese, Città, PIC est e ovest, Pianura est e ovest etc.), che controlla totalmente una unica struttura amministrativa. Queste stesse circoscrizioni eleggerebbero i consigli di circoscrizione come forma di partecipazione politica, ma senza alcuna competenza gestionale. In altre parole, sono convinto che non si fa la Città metroplitana se non si revoca la riforma dei quartieri degli anni ’80, che li trasformò da organo di partecipazione in organo di governo e gestione. Scelta che andrebbe comunque oggi ripensata in chiave di risultati ottenuti sia politici sia manageriali. E’ il collegamento fra organi politici e competenze che ci obbliga a trasformare un progetto così entusiasmante in un complicato lavoro di mappatura, che fa perdere la forza dell’idea iniziale. Credo che gestire insieme tutti i servizi su un territorio così ampio darà certamente efficienza, permettendoci di superare indenni il terribile guado in cui siamo. E che aiuterà anche la politica: molti meno posti di piccola gestione, molti meno piccoli poteri, ma molto più spazio e tempo per la politica vera, che è progetto, dialogo, immaginazione. In questa chiave, sono convinto che non si dovrebbe nemmeno limitare questa opportunità alle sole grandi aree metropolitane. Mi piace tanto questa idea che temo di avere trascurato qualcosa…….correggetemi magari!
La proposta di Mauro si muove nella direzione giusta ma è “massimalista” e quindi impraticabile. Vi sono leggi che prevedono la fusione dei comuni, e Mauro propone di fondere 50 o 60 comuni (se gli imolesi ci stanno) chiamandola “Città metropolitana” con la conseguente abolizione della provincia. Ma in Italia le fusioni di due comuni si contano sula punta delle dita, figuriamoci una fusione così grande!!! Scatterebbe la difesa dei gonfaloni e dei municipi che travolgerebbe qualunque referendum!!!
La nostra proposta, la numero 1 del paragrafo 7 del documento, è la più semplice e pertanto in grado di mobilitare l’opinione pubblica, se sostenuta e spiegata bene. Non un solo livello di governo, che per un’area troppo grande diventerebbe un moloch inefficiente e lontano dai cittadini, ma due: la città metropolitana, che risulta dalla fusione del comune di Bologna e della provincia, che svolge le funzioni di progettazione strategica in tutti i campi e di gestione per la mobilità, l’ambiente e l’urbanistica, e 8-9 forti unioni comunali obbligatorie alla cui scala si gestiscono i servizi e le altre funzioni di prossimità (polizia municipale, opere pubbliche, manutenzioni, ecc.). Al posto del sindaco e presidente della provincia ci sarà il solo sindaco metropolitano, al posto di due giunte ce ne sarà solo una, al posto di due consigli ce ne sarà solo uno. Quindi forte semplificazione ma anche molte resistenze!!! La riforma dei quartieri degli anni ’80 viene revocata poichè al posto degli attuali nove quartieri, che non funzionano, si fanno cinque comuni “urbani”, più snelli e con prerogative diverse rispetto agli altri. L’unica alternativa vera a questo modello è la Communautè Urbaine francese: la città metropolitana diventa una forma di cooperazione intercomunale “forte”, con il sindaco metropolitano che può essere uno dei sindaci dei comuni e il consiglio non è eletto ma nominato dai consigli comunali. In questo caso il modello sarebbe esportabile a tutto il territorio nazionale, con una modifica costituzionale che adotti il modello spagnolo dove le province sono enti di secondo grado. Le città metropolitane sarebbero così province rafforzate. Sia sull’una che sull’altra cosa stiamo lavorando al Senato dove stiamo per approvare in seconda lettura la Carta delle autonomie locali, vedremo gli esiti.