Laboratorio Urbano: proposte per la Cultura

culturaumtecscient

Documento a cura di Mauro Felicori, con la collaborazione di Giorgia Boldrini

Presentazione, 21 aprile 2011
Il documento

3 Comments

  1. Walter Vitali says:

    Il merito principale del documento di Mauro Felicori, scritto con la collaborazione di Giorgia Boldrini, è di aver suscitato una discussione molto interessante durante la presentazione svolta giovedì 21 aprile scorso alla sala del Consiglio di Quartiere Santo Stefano.
    Marco Cammelli ha sostenuto le tesi del documento su due punti fondamentali. La necessità che il sistema della cultura esca dalla soggezione dalla politica, anche attraverso l’abolizione della figura tradizionale dell’assessore alla cultura. E l’opportunità della misurazione del lavoro culturale. Ha proposto uno Statuto per l’impresa culturale e provvedimenti per la stabilizzazione dei precari. Annalisa Cicerchia ha lamentato che in Italia non si riesce ad avere un quadro chiaro delle istituzioni culturali, ad esempio dei 4500 musei nazionali, locali e privati. Ha criticato la proposta del documento di trasferire alle città la gestione dei musei statali dicendo che l’idea la fa tremare, ad esempio, per Reggio Calabria. Giorgia Boldrini ha messo in guardia dal pericolo di dare una definizione vecchia di cultura, ha parlato dei giovani e dell’ esperienza della città finlandese di Turku diventata capitale europea della cultura.
    Fabrizio Festa e Pier Ugo Calzolari hanno contestato l’idea che si possa ridurre la cultura a fatto misurabile in base a parametri di efficienza. Calzolari ha citato un gruppo di matematici di UNIBO che studiano il pigreco, il che non ha ricadute pratiche ma è ugualmente importante. Io ho sostenuto che le due concezioni di cultura non sono necessariamente in contrapposizione: il fatto che vi siano attività di pura ricerca, che vanno sostenute, non significa dover rinunciare all’idea di misurare l’efficienza delle altre forme di lavoro culturale. E ho detto che si possono trasferire i musei statali alle città che rispettano determinati parametri di capacità gestionale.
    Vi sono stati altri interventi, e Annalisa Cicerchia e Mauro Felicori hanno replicato (Marco Cammelli era dovuto assentarsi prima). Ora le proposte del documento si possono assumere come base per l’elaborazione di iniziative legislative, mentre l’area cultura di Laboratorio Urbano potrà stabilire un proprio ulteriore programma di lavoro.

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  2. paolo ferratini says:

    Di seguito, propongo alcune osservazioni sul testo Felicori e in margine al dibattito del 21 aprile scorso, giovandomi di ciò che ho potuto ascoltare direttamente e, in via parassitaria, del rendiconto che ne dà Vitali su FB.
    1. Continua a sembrarmi fra gli aspetti di maggior pregio della riflessione di partenza l’impronta demistificante riservata alla triade spesa/sprechi/investimenti. Non serve che sottolinei ancora una volta quanto sia disastrosa sotto il profilo politico, oltre che oltraggiosa del vero, la litania della sinistra, PD compreso, secondo la quale la Cultura è Comunque un Investimento (analogo ragionamento si potrebbe fare per l’istruzione). Faccio tuttavia notare che, mentre per sanità e istruzione la Costituzione parla espressamente di diritti in termini di fruizione di servizi, per la cultura si resta nell’ambito dei diritti di libertà di espressione, fatto salvo l’implicito diritto di fruizione di servizio nell’ambito dell’obbligo corrispettivo della Repubblica alla tutela dei beni culturali. Ora, se consideriamo la spesa pubblica in cultura la controprestazione di un diritto di cittadinanza (che è un bel tema, tutt’altro che scontato), come mi pare si dica ad un certo punto del documento, occorre poi ridefinire, secondo diversa metrica, sia i concetti di domanda (culturale), sia di produttività (ovvero che cosa intendiamo per spesa produttiva/improduttiva).
    2. Con le politiche dell’istruzione (scuola e università), le politiche culturali condividono il problema della “misurazione”. E’ infatti complicato (ma non impossibile) elaborare indicatori oggettivi di produttività in ambiti nei quali
    a) questa non coincide con valori economici, anche se non li esclude sempre
    b) l’efficienza e l’efficacia non sono necessariamente funzioni correlate (esempio: una “grande mostra” può essere efficiente in termini di redditività, ma del tutto inefficace quanto a valore aggiunto culturale)
    c) è molto facile cadere nella tentazione di considerare come criteri di efficacia dei “falsi indicatori” (o meglio, di dare valore assoluto ed esclusivo ad indicatori parziali e opachi): il numero dei laureati e dei diplomati, il numero dei visitatori di un museo…
    d) la “produttività” si rileva solo a scadenza medio-lunga, anche se la “qualità” può essere valutata, in molti casi se non in tutti, in tempi quasi reali. (Da questo profilo, la preoccupazione di Calzolari in merito alle situazioni del tipo “gruppo di ricerca sul pi greco” può trovare risposta: il gruppo deve trovare sostegno economico a) perché la ricerca di base è fondamentale nel sistema complessivo della ricerca scientifica, e dunque la produttività del singolo “pezzo” del sistema va misurata in termini indiretti; b) se e solo se quel gruppo di ricerca soddisfa standard di qualità tali da assicurare quei termini indiretti (valore internazionale della ricerca, prestigio al sistema che ne deriva, ecc.). Il criterio per finanziare la ricerca, in fisica teorica come in filologia germanica, non può quindi essere la “produttività” , ma la “qualità” – che è cosa diversa, anche se non del tutto indipendente).
    e) è molto difficile individuare parametri di valutazione condivisi e, soprattutto, “autorità” riconosciute cui attribuire questo compito (l’idea di una “contabilità analitica” degli investimenti è nondimeno interessante, anzi fondamentale, e va perseguita, come anche l’ipotesi di Cammelli sullo Statuto del bene culturale)

    3. Lo scenario della cultura è tuttavia molto più complesso di quello dell’istruzione. Rispetto alla scuola (per l’università, soprattutto per le facoltà scientifico-tecnologiche, il discorso è diverso), la cultura, più debole sotto il profilo dell’evidenza del valore sociale (nessun ministro direbbe “l’istruzione non si mangia”), è tuttavia più forte, almeno in certi settori, quanto ad appetibilità di investimenti privati. Ma la difficoltà di disegnare il panorama delle politiche culturali sta nella pluralità degli attori economici (pubblici, privati, fondazioni), degli attori sociali (produttori, consumatori, organizzatori, impresari…), degli ambiti (arte, musica, spettacolo…) e dei contesti (chiusi, aperti, di massa, di nicchia…). E qui, nella sua articolazione, mi pare che il documento, seppure inevitabilmente a grandi linee, tracci un quadro convincente dell’ampiezza variegata dell’oggetto. In particolare, l’enfasi sul principio di sussidiarietà, singolarmente fecondo in un settore caratterizzato da molti soggetti che operano a livelli diversi di intervento, di potenzialità di efficacia e di interessi, è, mi pare, la chiave di tutto il discorso e gli esempi o le ipotesi di applicazione concreta sono tutti coraggiosi e creativi. Mi soffermo di seguito su tre punti.

    4. Il primo, già discusso da Cicerchia e Vitali, riguarda la gestione del patrimonio museale (ma la stessa cosa vale per quello delle biblioteche). Il brivido lungo la schiena di Cicerchia all’idea di affidare i bronzi di Riace ad un polo museale comunale di Reggio Calabria è comprensibile, ma rischia di essere un buon argomento per lasciare tutto com’è. Non bisogna infatti rinunciare al principio di un’allocazione più razionale delle competenze gestionali e, soprattutto, al beneficio reciproco che deriverebbe alle sovrintendenze dallo sgravio dell’amministrazione diretta dei beni su cui esercita tutela, alle autonomie locali dal governo complessivo del network dei beni stessi, con evidenti guadagni in termini di programmazione congiunta delle attività, economie di scala nella formazione del personale e nel suo utilizzo, ecc. La soluzione, mi pare adombrata da Vitali, sta nel collocare l’amministrazione ad un livello, il più vicino possibile al territorio, che sia dotato di sufficiente capacità gestionale e culturale in rapporto allo standard del bene in questione. E’ evidente che questo non può essere, in tutti i casi, il livello comunale (il comune di Monterchi, per fare un esempio a caso, difficilmente potrebbe vedersi affidato il Museo della Madonna del parto!). Si potrebbe ipotizzare, nell’ambito del pacchetto sul federalismo, una norma che avvii una mappatura dei beni librari e museali al di sopra di un certo standard e una riallocazione della gestione sulla base del principio di sussidiarietà, tenendo fermi i criteri: a) dell’“adeguatezza dimensionale”; b) della migliore razionalità ed efficacia dell’erogazione dei servizi (per esempio attraverso la creazione di poli comunali, metropolitani, regionali, anche attraverso società controllate). Quanto ai timori di Cicerchia, io non so cosa accadrebbe se il Museo archeologico nazionale di Napoli passasse al Comune; so che cosa succede adesso, che è statale: sale chiuse da sempre, numero di addetti che neanche al Louvre, attività didattiche e materiali informativi quasi nulli, ecc. Poi, certo, si può sempre peggiorare.

    5. Il secondo punto, legato al primo, riguarda la proposta di riequilibrare la dotazione culturale, attraverso una distribuzione di beni, attualmente troppo concentrati. L’idea che un piccolo territorio potrebbe valorizzare molto di più e meglio un tesoro d’arte, che lo caratterizzerebbe, rispetto a quanto non faccia il luogo dove questo ha sede, magari confuso fra tanti altri, è seducente, anche se pecca di una qualche astrattezza. Di norma, la presenza di un’opera in un luogo ha la sua storia e non è frutto del caso: il senso di quell’opera è spesso anche quello di essere dove si trova. Certamente vanno contrastati i movimenti in direzione contraria (vedi appunto la proposta di Galan sui bronzi di Riace). All’idea che possa sovrintendere a questa redistribuzione una Commissione nazionale, il brivido lungo la schiena viene questa volta a me. Nell’ambito di sistemi regionali, una volta ricalibrate le competenze di controllo, governo e gestione di cui al punto precedente, qualcosa si potrebbe tuttavia fare (penso all’esposizione delle giacenze dei musei maggiori, per esempio).

    6. L’ultimo punto riguarda la detassazione, ed è poco più che una boutade. Il sistema museale americano funziona alla grande in regime di pressoché totale finanziamento privato, grazie alla detassazione. Dunque si può fare. Basta prima azzerare l’evasione fiscale.

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  3. Walter Vitali says:

    Intervengo sul punto 4 del commento precedente di Paolo Ferratini per dichiararmi totalmente d’accordo con lui. Il principio della gestione delle istituzioni culturali statali al livello della maggior efficienza ed efficiacia possibile, in linea di massima quello delle città dove i comuni hanno anche propri musei o istituzioni, deve essere sottoposto a condizioni e verifiche, a partire dalla capacità gestionale degli enti locali. Ma non possono essere lasciati alibi a lasciare tutto come sta.
    E’ molto interessante anche la sua proposta di una mappatura dei beni librari e museali al di sopra di un certo standard e di una loro riallocazione in base al principio di sussidiarietà.
    Quanto al punto n. 6, quello della detassazione, ha certamente ragione Paolo nell’individuare la differenza essenziale tra noi e gli USA nel livello dell’evasione fiscale. Ma vi è anche una differenza culturale, che potrebbe esssere rimossa più facilmente, poichè il sistema italiano è molto più “statocentrico” di quello USA. Occorrerebbe prevedere, come propone il documento, che una parte del finanziamento al sistema culturale, quello che eccede lo standard, fosse fatto in termini di detassazione.
    Si tratta di temi cruciali per le proposte di legge che ora proveremo ad elaborare, sulla base del documento di Laboratorio Urbano.

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