Un nuovo modello di sviluppo e di governo del territorio per uscire dalla crisi

sviluppo_territorio

Nella speranza che i prossimi mesi risultino decisivi per il tentativo di risposta alla crisi, Laboratorio Urbano lancia una serie di proposte e ipotesi operative fondate sulla consapevolezza che vanno ridefiniti i criteri di governo del territorio in seno a un’idea di sviluppo orientata alla sua riqualificazione. Intervenendo su contraddizioni e disfunzionalità che pesano sui sistemi urbani e territoriali, producono malessere sociale e diseconomie si può contribuire alla ripresa del Paese.
Dalle nostre proposte prenderà il via un seminario con esperti, studiosi e organizzazioni di nota autorevolezza culturale, per un confronto da cui maturare principi e obiettivi da tradurre in azione politica e istituzionale.

Il seminario, 13 gennaio 2012
Il documento

Dicono di noi:
“Il mattone non ci salverà”: allarme sul consumo del suolo” Il Resto del Carlino ed. BO, 12/1/2012

Tracce degli interventi svolti:

3 Comments

  1. Silvia Lolli says:

    Come avete richiesto, ecco alcune note in merito all’incontro di ieri. Intanto mi dispiace non aver potuto partecipare prima, anche in mattinata, ma non essendo il mio settore di lavoro…
    Il documento mi sembra molto interessante ed anche gli interventi del pomeriggio mi sono sembrati importanti.
    Finalmente si centra la questione sul consumo del territorio, cosa che osservo da anni. Soprattutto considero che il consumo, proprio come una merce, è stato fatto sul territorio comunale, provinciale e regionale da chi, vedi una politica di sinistra per il futuro, avrebbe dovuto avere altri parametri di riferimento.
    Quindi bene le auto-critiche sul passato, ma attenzione a non tentare di risolvere, per il futuro, il problema con le stesse idee del passato.
    Già il titolo “un nuovo sviluppo…” porta all’idea di sviluppo con tutto ciò che comporta (l’intervento della responsabile dello sviluppo locale dentro al laboratorio urbano non mi è sembrato assolutamente convincente), cioè al mantenimento del paradigma di una società industriale che deve essere invece cambiato, anche in vista dei limiti non solo della terra ma anche del sistema economico-finanziario finora in auge. Per esempio le decisioni che vengono prese da agenzie di rating che sono statunitensi e che stanno solo facendo un attacco all’Europa (forse perché qui si è sviluppato più facilmente lo Stato sociale ed i diritti del lavoro?)
    Non si può più dire che sia il settore edilizio che oggi deve sostenere il lavoro; fra l’altro se è in questo settore che la manovalanza (sono i lavori che necessitano di meno competenze che mantengono oggi un’occupazione più stabile, vedi ISTAT) è spesso in nero e formata da immigrati, mi chiedo quale lavoro occorre sostenere? Forse l’indotto? Penso che lo sia solo in parte.
    Non mi ha convinto l’economista intervenuto perché comunque la sua risposta prevede che i costruttori continuino a costruire sul nuovo, invece di pensare ad un recupero edilizio. In più credo che le cooperative edilizie dovrebbero ed avrebbero dovuto mantenere le proprietà indivise; penso che aver consentito di vendere le proprie case, perché la proprietà non è rimasta alla cooperativa abbia indotto, anche e soprattutto sul nostro territorio, ad aumentare la speculazione edilizia e a far diventare le cooperative delle immobiliari.
    Un problema che ci dobbiamo porre rispetto al consumo del territorio è quello provocato in questi ultimi anni: consumo esagerato di terra. Proprio ieri sera parlavo con persone che vorrebbero comprare terra per coltivarla nei dintorni di Bologna, ma trovano le case con poca terra, soprattutto in collina, ma una casa (vedi componenti di GAT) con poca terra spesso poco lavorabile. E questo è stato certamente provocato almeno per due ragioni: la speculazione su Bologna che ha fatto costruire negli altri Comuni in modo appunto esagerato; la frammentarietà nella pianificazione territoriale, dovuta a Comuni che hanno operato singolarmente per i propri bilanci e di propri oneri di urbanizzazione. E in questo non penso proprio ci sia stata neppure da noi una visione complessiva e di controllo. Ci sarebbero ancora persone che lavorerebbero in agricoltura, magari non per coltivazioni estensive, ma di nicchia e sul biologico!
    Sono d’accordo che occorre lavorare sul recupero abitativo e sulla “rigenerazione” (intendendo mettere a sostenibilità gli edifici e gli appartamenti), ma controllando la speculazione che in Italia è sempre presente. Sarebbe però importante cominciare a pensare al recupero del suolo: vaste aree dove fino a 15 anni fa si coltivava sono ormai industrializzate o immobiliarizzate (con problemi di inquinamento), ma spesso sono aree dismesse o appartamenti vuoti. Credo che per il futuro dovremmo porci il problema del costo del recupero della terra dopo queste devastazioni. Chi dovrebbe pagare? Abbiamo dato per incentivare il settore dei servizi, con il quale però non si mangia, né si vive!
    Per quanto riguarda le statistiche non occorre troppo l’Istat; abbiamo già statistiche interessanti sul sito del Comune che per esempio danno un indice di vani pro-capite a Bologna e nei Comuni vicini per me troppo alto per le situazioni di crisi odierne.
    Recuperare nei confronti del pubblico, vuol dire rimetter in gioco anche sui territori una fiscalità in linea con la progressività di carico fiscale che ci dice l’art. 53 della Costituzione, ed anche l’art. 41 della libertà dell’impresa privata nei limiti dei bisogni sociali.
    Rispetto ai controlli di cui parlava Bottino ne manca uno: il controllo sulle varianti; è stato lasciato troppo nelle mani degli uffici edilizi che spesso sono più a stretto contatto con chi lavora in edilizia e perciò anche con chi ha speculato in questi anni. Troppe varianti sono state fatte per rendere vecchi spazi non abitativi (cantine, garage…) abitazioni o presunte tali anche sui nostri territori, soprattutto di Bologna. Nonostante i piani regolatori alla fine gli indici di abitabilità si sono legittimamente o anche illegittimamente aumentati, ma sono soluzioni poco qualitative e non certo all’altezza della nostra città (come era conosciuta).
    Spero queste noti possano essere utili.

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  2. Antonio Bonomi says:

    Lo spettro che si aggira per il territorio si chiama “rendita”.
    La rendita sui suoli e gli immobili è la privatizzazione di valori prodotti da chi vi opera e vive; una appropriazione surrettizia e subìta che deve emergere ed essere contestata se si vuole cambiare la realtà, come è avvenuto, tanti anni or sono per un altro valore “mal tolto” a grandi masse di uomini e donne: il plus-valore sul lavoro.
    Senza questa emersione alla coscienza delle comunità non si può modificare il sistema d’uso del territorio.
    Si continuerà piuttosto a contare su un impossibile recupero di quote di rendita attraverso fisco e oneri, sempre a spese del consumatore finale e paragonabile a una dose di droga fornita a chi perpetua il malgoverno di beni comuni.
    Concordo quindi pienamente con Salzano sul “programma minimo in tre punti” – 1. Ferma tutela del territorio rurale e dei beni protetti (proposta di legge); 2. Assegnazione degli oneri di urbanizzazione al loro originario scopo di realizzazione e manutenzione della città pubblica (proposta di legge); 3. Superamento della definizione di “diritto edificatorio” connesso al sito con la affermazione che l’edificabilità deriva solo dalle scelte di Piano ed è revocabile (proposta di legge) -, proponibili anche nell’attuale situazione italiana e nel quadro Europeo.
    Vorrei aggiungervi una possibile quarta prospettiva, da sviluppare a scala di Comune e di comunità locale: che non sia impedita la sperimentazione di “spazi di autonomia” sottratti alle imposizioni del cosiddetto “libero mercato” imposti dall’ideologia dominante.
    Come avvenne all’inizio del “secolo breve” e poi ancora alla metà del ‘900 con la diffusione della cooperazione e della mutualità alternative al capitalismo imperante, spuntano ora nuove forme comunitarie di “resilienza” di fronte alla crisi economica e planetaria, per la transizione a sistemi meno energivori, meno consumisti, più sostenibili e solidali.
    Mi riferisco a un arcipelago di proposte: dal co-housing agli orti sinergici urbani, dal commercio solidale all’agricoltura a Km zero, ai gruppi per la “transizione”, ai comitati che contestano opere devastanti, come i No Passante che abbiamo qui ascoltato, i No Ponte, i No TAV della Val di Susa. Basta rivolgersi alla “rete” per ricavarne gli elenchi. Quasi a prefigurare un nuovo, possibile “eco-movimento cooperativo di base” che superi la trita e mistificata immagine di una Cooperazione storica, quella dei grandi cantieri, dei Civis-People mover e di nuovi ipermercati.
    Su questo movimento vasto ed emergente si può basare una nuova e diversa politica urbana sottratta allo strapotere della rendita. Non permettiamo che, soffocate dal pensiero unico e dal degrado politico, queste possibilità vengano spente. Favoriamole anche esercitando il massimo di creatività.

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  3. Gianni Galli says:

    Mi chiamo Gianni Galli e intervengo in rappresentanza del Comitato di Cittadini per l’alternativa al Passante Nord, Comitato formato dai cittadini degli 11 comuni interessati dal tracciato e di Bologna città, apolitico, ma soprattutto comitato ANOMALO rispetto alla percezione corrente del.. no e basta o non nel mio giardino perché,
    propositivo
    in termini di infrastrutture ed opere di mobilità utili allo sviluppo di Bologna tra cui appunto la proposta di soluzione alternativa al passante nord; opera realizzata in sede di tracciato attuale, validata tecnicamente in un convegno promosso alla Facoltà di Ingegneria di Bologna (2004), cantierabile da società Autostrade senza necessità di bando di gara europeo, proposta di cui parlerò in seguito.
    Ringrazio gli organizzatori del convegno per l’occasione di intervento offerta ad un rappresentante della cd “società civile”
    ——————————————
    Gentili signori, ho visto lacrime di coccodrillo, tardive, chi oggi in questa sede proclama allarmato che il consumo di territorio ha raggiunto livelli insostenibili non era su Marte, ma ha governato e/o rappresenta una continuità decennale di governo del territorio regionale e provinciale:
    Dal 1985 al 2005 è proliferato il cd sprawl urbanistico (gestito da varianti ai PRG) salvo poi….
    Dal 2005 al 2006 con il nuovo PTCP arrivare a “denunciare” lo sprawl incontrollato a cui il PTCP stesso avrebbe dovuto porre rimedio!
    Oggi 2012 siamo ad una riedizione un po’ sospetta ( non suoni offesa) della denuncia di nuovo pericolo: nuovamente come medici attenti, urlate preoccupati … ” il consumo di territorio, va fermato!!
    MA SIGNORI,
    il PTR (piano territoriale regionale) di cui nessuno ha parlato, recentemente approvato, apre ad una crescita demografica per i prossimi 10-15 anni del + 1,5% anno arrivando quindi a prefigurare ulteriore urbanizzazione di un + 20% a cui si aggiunge un altro 10% per strade e servizi! Ma siamo a crescita demografica tendente allo zero, per chi costruiamo????
    Il recente PMP (piano mobilità provinciale) ed il PRIT (2010/2020) ripropongono la scelta prioritaria dell’asfalto e del passante nord a scapito di mobilità pubblica di massa ed altri interventi di viabilità utili e veloci incompleti da decenni!
    Bologna capoluogo, stessa matrice politica, non è in grado di presentare” un progetto di città” per il futuro; battaglie politiche e soldi (tanti) che hanno scosso la città per il CIVIS ora abbandonato dagli stessi proponenti! La metrotranvia, epoca Cofferati, il famigerato sottosopra che avrebbe spaccato in due la città, abbandonata!
    a questa crisi di idee e progettuale si deve aggiungere la discutibile scelta enunciata dalla Provincia di dirottare parte delle risorse per il metro al rilancio del SFM (scelta che ha comportato l’abbandono del metro per Bologna!)
    Concludo:
    Signori, la volontà di cambiamento deve produrre REALE discontinuità di metodo e scelte partendo proprio dalla nuova scrittura degli strumenti urbanistici sopra menzionati (PTCP,PSC, PMP,PRIT,PTR).
    BASTA PROCLAMI per poi continuare ad agire in perfetta continuità con la logica del passato !!
    Noi del Comitato, della cd società civile, chiediamo idee semplici per uscire da questa situazione:
    1.Stop all’urbanistica “speculativa” che ha divorato il nostro territorio ed allontanato la vocazione agricola con il miraggio economico legato al “quasi scontato” cambio destinazione d’uso dei suoli agricoli. I costruttori hanno fagocitato un concetto di “sviluppo” legato all’urbanizzazione degli ultimi 20 anni che si è rilevato effimero.
    2.Si proceda da subito con opere viarie di completamento, utili e veloci, sul territorio come l’intermedia di pianura, il ponte sul fiume Reno,il completamento della trasversale di pianura, della Lungosavena, un moderno metrò ( che presenteremo) ecc.
    3.Riprogettiamo Bologna, blocchiamo infrastrutture superate come il Passante nord a favore di opere + lungimiranti come il nostro progetto alternativo per il nodo bolognese ed avremo così risparmio di: territorio,economico e di inquinamento.
    Si rallenterà in questo modo l’abbandono del terreno agricolo ed avremo una ricaduta positiva sulla qualità della vita!
    Si proceda con concorsi di idee, aperti a tutti, svincolati dalla politica, per la ricerca di un futuro di sviluppo, veramente sostenibile.
    Grazie.

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