Il 23 marzo scorso, presso l’Aula Gambi nel Complesso di S. Giovanni in Monte dell’Università di Bologna, si è svolto un seminario sull’edilizia sostenibile e la riqualificazione del patrimonio esistente, promosso da Laboratorio Urbano nell’ambito della ricerca “Proposte per la limitazione del consumo di suolo e la riqualificazione urbana”, sostenuta dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. Nel corso del seminario, coordinato da Paola Bonora, docente di Geografia all’Università di Bologna e da Rita Finzi, Vicepresidente di Legacoop Bologna, sono state affrontate in modo particolare tre tematiche:
1. la progettazione sostenibile, con l’intervento introduttivo di Stefano Ceccotto, Senior Designer dello studio di architettura Skidmore, Owings and Merrill LLP (SOM) di New York dal 2006 al 2012, ora collaboratore del Politecnico di Milano;
Per saperne di più, visualizza anche:
- la brochure dello studio di architettura Skidmore, Owings and Merrill LLP (SOM), sede di Chicago
- TOD Unbound Site (per TOD -Transit-Oriented Development- si intende un insediamento di densità medio-alta posizionato entro un raggio pedonale da una fermata o stazione dei mezzi pubblici veloci, progettato in modo da favorirne e facilitarne l’uso)
- il progetto Denver Union Station (Denver Union Station è un progetto unico che riunirà molte diverse modalità di trasporto, insieme a nuove costruzioni private, per creare un nuovo vivace centro urbano e snodo di trasporto multimodale. Vi invitiamo a esplorare il modo in cui Union Station cambierà il volto del centro di Denver e della regione circostante)
2. la riqualificazione energetica degli edifici e la produzione di energia da fonti rinnovabili, con l’intervento introduttivo di Leonardo Setti, ricercatore del Dipartimento di Chimica industriale e dei materiali dell’Università di Bologna;
- Sulla qualificazione energetica ha fatto il punto il contributo di Silvio A. Manfredini, ingegnere partner di Open Project, la società di progettazione che a Bologna sta realizzando la Torre di via Larga, il grattacielo più alto dell’Emilia Romagna, nonché edificio certificato LEED (acronimo di Leadership in Energy and Environmental Design, il sistema statunitense di classificazione dell’efficienza energetica e dell’impronta ecologica degli edifici che fornisce un insieme di standard di misura per valutare le costruzioni ambientalmente sostenibili)
3. un progetto globale di riqualificazione del patrimonio pubblico, con l’intervento introduttivo di Claudio Levorato, Presidente di Manutencoop;
- Sul tema “differenze-sinergie fra rigenerazione edilizia e riqualificazione urbana” si è concentrato il contributo di Michele Zanelli, architetto docente di Tecniche di Valutazione e Programmazione Urbanistica all’Università di Ferrara;
- Memtre su “edilizia sostenibile e suo riconoscimento” e sull’importanza dell’ efficienza energetica per attuare la direttiva europea istitutiva del pacchetto “20-20-20” si è diffuso il contributo di Luigi A. Melegari, presidente di ANCE Bologna
















Caro Michele,
per la parte che sono riuscito a comprendere trovo che la tua analisi e soprattutto le tue conclusioni centrino perfettamente l’obiettivo. Purtroppo c’è anche una parte, in stile lievemente più burocratico, che comprendo meno. Forse puoi aiutarmi. Per me il problema fondamentale è quello della fattibilità economica: se si tratta di sostituire una caldaia è evidente che l’investimento si ripaga; già se si parla del “cappotto” la cosa diventa più complicata; se poi si parla di demolizione e ricostruzione è certo che la maggior efficienza energetica, nella larga maggiioranza dei casi di ambiti consolidati periferici o della città storica, non è sufficiente da sola a motivare l’investimento. Dunque sorge il problema degli incentivi da usarsi per spingere i privati a fare ciò che è bene per l’intera collettività. Sfortunatamente i fondi pubblici didponibili sono, di questi tempi, meno che miseri e si devono per ciò considerare gli incentivi non pecuniari; fra essi i più rilevanti sono certamente i premi volumetrici, ma solo raramente questi sono utilizzabili in situ e quindi si pone la questione della loro possibile traslazione verso le aree deputate ad essere i prossimi luoghi dello sviluppo. Non volendo però consumare altro suolo pubblico penso che bisognerebbe rivedere il nostro tradizionale punto di vista sull’altezza degli immobili. Abbattere un edificio in un’area congestionata per farne un giardino e consentire due piani di sopraelevazione in una zona a ridosso di una stazione del SFM mi sembra un buon affare. Gli strumenti urbanistici di cui parli servirebbero a questi scopi? Vedi altre vie per affrontare il problema?
Caro Michele,
adesso che il tuo intervento è stato pubblicato per intero ho potuto trovare tutte le risposte alle mie domande e sono pienamente soddisfatto.